La gente come noi

14 02 2010

Disegno e testo di Luigi Lorusso

Dopo la carica avverto subito il calo di tensione. In fondo alla piazza, girato, le guardie ancora lì davanti, a una ventina di metri, ma ora ferme, sempre pronte però a ripartire se solo qualcuno facesse un passo verso di loro.

Dalla testa sento scorrere il sangue verso il basso, come se fino a quel momento si fosse concentrato tutto lì per avere il massimo di energia e poi potesse d’improvviso tornare a fluire e ho un capogiro, come quando ci si alza dal letto troppo in fretta.

Il presidio era cominciato tre ore prima, il comune, gli enti locali, il prefetto si incontravano in prefettura per decidere fumose misure anticrisi, così occupanti di case, lavoratori e lavoratrici di aziende in crisi, precari, disoccupati, avevano indetto un presidio lì davanti, quella piazza SS. Apostoli dove anni fa finivano quasi tutte le manifestazioni di quelli che, volta a volta, erano chiamati autonomi, ragazzi dei centri sociali, area antagonista, squatter e via etichettando. Semplicemente, una delle piazze più piccole del centro di Roma, dove poter stare belli rinchiusi senza troppi spiegamenti di forze dell’ordine. Davanti alle transenne l’amplificazione non è così potente, poi c’è poco da fare comizi, sanno tutti benissimo perché sono lì.

“Questi signori oggi vogliono decidere delle vite nostre, però non c’è nessuno là dentro che ci può rappresentare, e allora perché non ci fanno salire e dire quello che vogliamo, di cui abbiamo bisogno, a cui abbiamo diritto? Perché il sindaco Alemanno, prima delle elezioni, se ne esce con questo piano per 100.000 posti di lavoro nell’edilizia? E che fine hanno fatto le 40.000 case che aveva promesso in campagna elettorale?” E giù con “A noi la casa ce la dovete dà” e “noi la crisi non la paghiamo”, scanditi in romanesco stretto anche dai lavoratori africani cacciati da Rosarno.

La piazza non è certo gremita, sono in tanti e tante dalle occupazioni, sanno che una stanza in un residence o un palazzo abbandonato non sono un regalo di associazioni benefiche ma va mantenuto e conquistato partecipando a picchetti, presidi, cortei. La composita mappa geografica della Roma proletaria viene scandita dagli appelli al megafono che chiamano i quartieri, salutati con applausi, ma soprattutto, invitati a venire avanti, non stare sui marciapiedi, “che non semo venuti a fà er picnic!” “Maracanà, maracanà, semo venuti fino a qua” rende l’idea di come si senta un occupante di casa della cosiddetta “estrema periferia” – geografica o sociale – al centro di Roma, la Roma del Colosseo, di piazza Venezia, del sindaco e dei collegamenti dal telegiornale. I volti di uomini e donne di ogni età, maghrebini, africani, egiziani, arabi, latinoamericani, portano a voli pindarici, del tipo che qui, nella condivisione di una comune condizione oggettiva e di lotte, non c’è razzismo, e la ragazzina della Laurentina, l’egiziano che cerca di venderle anelli e l’africano che si mette in mezzo a contrattare, mentre scroccano sigarette, formano un’unica umanità che viene a costituire la nuova Roma che da secoli accoglie e assorbe gente da tutto il Mediterraneo e oltre…

Poi ripenso a tutte le storie di difficile convivenza che si ritrovano anche nelle occupazioni o nelle realtà di lotta, e capisco che è meglio volare basso, al qui e ora, in una piazza dove gente reclama diritti e vuole un incontro per poterne parlare, di fronte a un palazzo dove di questo incontro non fanno mistero di non averne alcuna voglia.
In mezzo, la polizia. Alle cinque e mezza, due ore dopo l’inizio del presidio, con il freddo di un febbraio ostile e la pioggerellina fine, al megafono ormai sono stufi di gridare slogan e non c’è ormai più niente da dire, solo gridare e dire quello per cui si sta lì in piazza: un incontro, né più né meno. Qualcuno riferisce di un incontro fissato per domani ma, dice al megafono, “almeno vogliamo un incontro di un quarto d’ora, oggi, come espressione di buona volontà”. Un quarto d’ora, che sarà mai? Il tempo che raccogliete tutte le vostre borse, vi fumate una sigaretta, prendete un appunto mentre parliamo, fate due vaghe promesse e ce ne andiamo. Un quarto d’ora, no? No. E allora che siamo venuti a fare? E allora non esistiamo? Le domande ronzano, nelle teste e nelle voci, ma ormai sono sovrastate da un’unica parola, scandita: incontro, incontro. Davanti dicono a quelli dietro di avanzare, piano, un passo alla volta.

E i poliziotti si mettono i caschi. E ancora “daje, compà, un passo alla volta”. E i poliziotti si avvicinano e stringono, qualcuno di loro inizia a spingere chi sta dietro lo striscione. Si sta stretti davanti lo striscione ora, la gente compatta ha l’unica forza di restare vicini, non c’è un casco, non un manico di bandiera, nessuno si copre il volto. Perché, c’è qualcosa da nascondere? Iniziano a caricare dal lato e dal centro, non c’è stato un ordine, semplicemente qualche poliziotto che non reggeva più la tensione e parte, e tutti gli altri dietro, non iniziano con le spinte, partono direttamente con i manganelli. Quando 30 uomini armati di manganello e protetti dai caschi inseguono gente a mani nude che deve pensare anche a proteggere bambini e gente anziana, la gente che sta davanti ha solo il ruolo di dare agli altri quei due minuti per mettersi in fuga. Così la corsa fino alla fine della piazza è uno stop and go, si corre e ci si gira, si corre e ci si gira, e vedi che le guardie stanno correndo ora, ma non sole… portano anche il blindato con loro, in una piazzetta come questa! Forse ora è davvero il caso di correre, correre e basta, si arriva in fondo alla piazza, pare finita, qualcuno si organizza per fare il giro dai vicoli – tocca recuperare le trombe, tra l’altro, mica le regalano, quelle , i negozi sulla piazza hanno chiuso, qualcuno si tiene la testa, si sente gridare in spagnolo e in arabo, uno al cellulare dice: “Nun venì, nun venì, statte ‘ndo stai, nun me rompe er cazzo!”

Pian piano la gente ritorna dai vicoli, ci si guarda per rassicurarsi, “tutto ok?”, ma non tutte le voci sono rassicuranti, qualcuno piange, un compagno all’ospedale, “le han roto la cabeza”, poi dicono che hanno preso un compagno, portato dentro a un cellulare e ora chissà dov’è. Si sbraita e si sbrocca anche un po’, con le guardie lì davanti, che si prendono gli insulti, muti, ma che non arretrano un passo, a far capire che ci mettono un attimo a ripartire e a fare ancora più male di prima. Intanto un gruppo si è riformato lì davanti, passati attraverso i vicoli si sono ritrovati di nuovo all’inizio della piazza, verso via IV Novembre.

Le guardie sono costrette ad arretrare. Chi sta dietro può riformare delle fila, un accenno di cordone. Avanzare, piano, senza fretta. Dopo la carica, un gruppo davanti, li si raggiunge tutti insieme, in un improvvisato corteo, riunitosi dai pezzi dispersi e tornato insieme, in piazza. Si alza un coro. Non l’avevo mai capito, prima.

La gente come noi non molla mai.

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